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UN PO' DI STORIA
La Terra seu Castello di Cicciano, che nella nostra Campagna Felice trovasi situata tra ‘l piano, e il piede del Monte del Castello di Rocca Raynola, lungi da circa un miglio e mezo dal venerando Santuario e Terra di Cimitile, e da circa due dall’antichissima Nola, che per la salubrità dell’aere sotto piacevolissimo clima, per l’amenità di giardini, e fertilità de campi, lunga e sana vita agli abitatori conserva, più forastieri ha indutti a possedervi beni, e non pochi coloni a sudare nel suo Territorio. E’ la suggestiva presentazione del nostro Paese fatta in occasione della redazione del Catasto Generale della Terra o Castello di Cicciano del 1746. Questo importante documento fiscale fu redatto dagli eletti Luigi Vitale e Domenico Taliento con la collaborazione di altri sei cittadini a ciò deputati: Michele Vitale, Onofrio del Campo, Carmine de Luca, Nicola de Luca, Giuseppe d’Avanzio e Carlo Capoluongo.
Le origini.
Nell’anno 80 a.C., il console romano Lucio Cornelio Silla conquistò Nola, confiscò i terreni circostanti e li assegnò in premio ai propri veterani. Seguì una diversa organizzazione dell’intero territorio con la suddivisione degli stessi terreni in lotti uguali (centuriazione). Lungo e intorno ai principali assi viari tracciati dai Romani si svilupparono successivamente quasi tutti gli insediamenti abitativi della piana nolana. Dapprima semplici casolari, poi casali, villaggi, e così via.
Per quanto riguarda Cicciano, i primi nuclei abitati furono almeno tre, distinti e separati tra loro: Cicciano in senso stretto; Curano; Cutignano.
Tracce della centuriazione romana sono ancora oggi riconoscibili nella parte più antica del paese. Si tratta di due limiti, orientati nord-sud, ugualmente distanti tra loro, costituiti da via Antonio De Luca e via Giacomo Matteotti, intersecati da altri, nel verso est-ovest, anch’essi ugualmente distanziati, costituiti da alcune traverse.
Del periodo romano restano due altorilievi, un monumento funerario, un sarcofago e pochi oggetti di argilla ritrovati all’interno di una tomba.
- Il primo altorilievo è comunemente conosciuto come Pasquino. Rappresenta la figura di un uomo, senza gli arti inferiori e senza la testa, scolpita nel calcare. Per un lungo periodo è rimasto murato nello spigolo di un fabbricato privato ad angolo tra l’omonima via Pasquino e via Giacomo Matteotti. - Il secondo altorilievo è simile al primo, la figura è ritta in piedi e misura un metro e settanta. Forse gli altorilievi facevano parte di uno stesso monumento o edificio. - Il sarcofago è completo di un coperchio a doppio spiovente. Ha i quattro lati decorati. Sul primo lato lungo vi sono due grifi che sostengono una corona di foglie con all’interno una tabella circolare; sul secondo lato, due crani di bue che sostengono tre festoni incorniciati da bende; nel festone centrale vi è una tabella ansata mentre nei due festoni laterali la testa della Gorgone; i due lati corti sono simili con un tripode al centro, una faretra ed un arco ai piedi. - Il monumento funerario è di forma quadrata, è alto circa tre metri ed ha una copertura esterna a cupola. La tecnica di costruzione è l’"opus incertum", un tipo di muratura costituita di pezzi irregolari di pietra a vista.
Domenico Capolongo nel suo libro "Nola, l’Agro e Cicciano" riporta notizie del ritrovamento di alcuni "dolia" in via Antonio De Luca, in via Olmo, in via Caserta e della scoperta di una piccola necropoli all’incrocio tra via Corpo di Cristo e via Bartolomeo De Stefano.
Il toponimo.
L’origine del toponimo Cicciano è da ricercarsi nella forma "citianum o cittianum", riconducibile, secondo il Capolongo, al nome romano "Citius o Cittius", trasformatosi successivamente in "cicianum o ciccianum". Analoga origine va indicata per Curano ("Curianum, Coriarium") e Cutignano ("Cutinianum, Cutilianum").
I primi documenti che accennano ai nostri abitati risalgono:
all’anno 703 o anno 748 per "Fasulum o Cutinianum" all’anno 950 per "Cicianu" all’anno 967 per "Curanu".
La Commenda gerosolimitana.
Questi piccoli centri restarono dei semplici “luoghi” per un lunghissimo tempo, almeno per tutto il primo millennio. Verso la fine del XIII secolo nel Casale di Cicciano si stabilirono con una loro "domus" i Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. L’insediamento diventò Commenda e Commenda Magistrale nel secolo successivo. Nacque, così, il "Castrum" - il Castello o Casa-fortezza – residenza ufficiale dei Cavalieri, costruito nella località chiamata Lo Ponte.
Il termine "Castrum" deve essere inteso non come castello in senso stretto quanto piuttosto come uno spazio chiuso dotato di una forma di difesa. Infatti, il nostro Castro era uno spazio ben delimitato: un quadrilatero protetto da una cinta muraria e circondato da un fossato. Quando fu appianato, il fossato aveva una larghezza di circa otto metri. Se consideriamo l’intero perimetro del complesso (circa trecentotrenta metri), ricaviamo una superficie di oltre duemilacinquecento metri quadrati. Girolamo Branciforti, commendatore dal 1642 al 1686, pensò bene di sfruttare questa considerevole estensione facendovi piantare numerosi alberi da frutta. Parallelamente al fossato, c’era una strada pubblica. Fossato e strada, poi, isolavano materialmente il Castro dalle abitazioni private che lo circondavano.
Al Castello si accedeva da una sola porta grande, la "ianua magna", posta sul lato sud e dopo aver superato un ponte levatoio. Lo spazio interno si presentava come un piccolo villaggio. Oltre al palazzo del Commendatore, vi erano la Chiesa di San Pietro Apostolo, il carcere civile e quello penale, un pozzo d’acqua sorgiva, un cortile grande e uno piccolo, diversi locali di deposito e di servizio, un discreto numero di abitazioni private.
La porta di accesso al Castro era difesa da un rivellino, una seconda costruzione in posizione avanzata rispetto al perimetro delle mura. Il rivellino occupava buona parte dell’attuale piazza Mazzini. Non ne conosciamo la forma. L’impianto poteva essere semicircolare, quadrato, rettangolare, pentagonale se non addirittura triangolare. I primi inventari dei beni della Commenda si limitano a riportare che il Castro aveva un rivellino davanti e non aggiungono altro. E’ solo con l’inventario dei beni del 1646 che abbiamo qualche particolare in più. In questo secolo, però, sembra che il rivellino abbia perso la sua originaria natura di opera difensiva e sia stato trasformato in un piccolo, ben curato giardino che rendeva "veramente delizie" a chi vi entrava. Negli anni successivi, il rivellino fu ulteriormente "ingrandito e abbellito" con aiuole fiorite e la costruzione di tre padiglioni. Aveva tre porte d’accesso "con archi di due grottoni, uno piantato tutto di lauri regi e l’altro di alberi di agrumi", circondati a loro volta da fontane. Per farlo meglio "godere al di fuori", fu aperto, poi, un portone a "rastello" con un lungo viale prospettico, delimitato a sua volta da pilastri e statue.
Nel 1646, nella piazza antistante al Castro e a ridosso del rivellino, dal commendatore Branciforti venne fatta costruire una cisterna pubblica che veniva riempita con l’acqua del fiume di Avella.
Agli inizi del cinquecento, il palazzo della Commenda era costituito dal palazzo vero e proprio e da una torre posta accanto alla porta d’accesso al Castello. Il palazzo si sviluppava al piano terra e al piano superiore: la torre aveva un piano in più e la sua sommità era raggiungibile attraverso una scala esterna. Al piano terra vi erano i locali di servizio. Al piano superiore vi erano due sale pubbliche e le camere private. Si entrava direttamente in quella che era chiamata la "sala magna" con la cimineria ovvero il salone di rappresentanza o delle feste. Seguiva l’altra sala pubblica detta la "sala penta" o la "sala pintata", più piccola rispetto alla precedente. Con il Branciforti tutto il complesso fu alquanto modificato con l’aggiunta di diversi altri locali sia per abitazioni che per servizi, compreso un "cellaro" capace di contenere quattrocento botti circa. Fu coperta la porta d’ingresso con un porticato a volte e su di esso furono costruite una seconda sala grande ed una camera. Con Carlo Spinelli, commendatore dal 1686 al 1708, si parla per la prima volta di un "quarto di sopra" che si sviluppava a destra e a sinistra di una sala centrale. Si accenna anche a un passetto che comunicava con il coretto nella Chiesa di San Pietro e a un secondo torrione.
Il Commendatore esercitava sia il potere temporale che quello spirituale. Nominava il Capitano del Castro (più tardi chiamato Governatore) per l’amministrazione della giustizia e per le altre funzioni di polizia; sceglieva gli Amministratori locali tra quelli designati dal popolo; nominava il Vicario generale, l’Arciprete della Chiesa Madre e i Cappellani delle altre chiese. Il Capitano era affiancato da esperti in materie giuridiche (consultori). In caso di assenza veniva sostituito da un Luogotenente anch’esso nominato dal Commendatore.
L’abitato era raccolto attorno al castello, suddiviso in contrade o quartieri:
La Morata, Casale Novo e Ponte Vecchio, immediatamente a ridosso del lato orientale del fossato; Li Vinti e Curano, ancora più ad est; Li Marenda e La Palmentella, a nord; Li Sappierti, La Plaza e Li Rosci, ad ovest.
La popolazione era organizzata in "Universitas". Organi ufficiali dell’Università erano il Parlamento - ovvero l’assemblea popolare - e il Reggimento, formato dal sindaco e un numero variabile di eletti.
Sindaco ed Eletti esercitavano compiti di ordinaria amministrazione, duravano in carica un anno ed erano rieleggibili. Il Sindaco si faceva interprete dei bisogni dei cittadini e difendeva le loro ragioni davanti alle altre autorità. In questi e in altri compiti era coadiuvato dagli Eletti. Il Sindaco aveva, poi, l’obbligo di rendere il conto della propria gestione. A tal proposito, il Parlamento nominava sei Deputati "abili ed idonei "perché visionassero detto conto in conformità alle regole regie.
Il raduno del popolo era detto Parlamento perché presupponeva, per l’appunto, il parlare delle questioni poste all’ordine del giorno. Al Parlamento intervenivano, oltre agli Eletti, tutti i capifamiglia con esclusione delle donne e dei figli. Il luogo della riunione era chiamato Sedile e variava a seconda della disponibilità o delle epoche: per un lungo tempo è stato il Largo delle Teglie (oggi è lo spazio con il monumento a Giuseppe Mazzini), sotto due alberi di tiglio; poi è stato il largo davanti alla corte del Castro. Il Sedile era quello che oggi è la sala consiliare. I cittadini erano convocati dal Baglivo nonché Nunzio o Giurato il quale faceva il giro del paese dando l’annuncio ad alta voce in modo che potesse essere udito e compreso da tutti. I convenuti votavano anch’essi ad alta voce "in eorum vulgari sermone". Alla riunione del Parlamento presenziava il Capitano e il relativo verbale, contenente i nomi degli intervenuti, le proposte formulate e le decisioni prese, era redatto da un notaio che, per l’occasione, assumeva le funzioni di Cancelliere dell’Università.
La Commenda fu soppressa a seguito della legge di abolizione della feudalità del 2 agosto 1806. Pochi anni prima - nel 1792 - la Commenda aveva perso il potere spirituale in quanto il Re di Napoli, su ricorso degli stessi ciccianesi, aveva ordinato il passaggio dell’Arcipretura di Cicciano alla Diocesi di Nola.
Del periodo gerosolimitano restano poche epigrafi, le armi di alcuni Commendatori, diverse acquasantiere e un fonte battesimale. A cura degli studiosi Domenico Capolongo e Luca De Riggi sono stati pubblicati gli Inventari dei beni redatti negli anni 1515, 1582, 1617, 1646, 1733 ed una Relazione sullo stato della Commenda del 1707.
Antiche feste e tradizioni.
Come tutti gli altri paesi, anche Cicciano aveva le sue feste e le sue tradizioni. Alcune erano esclusivamente locali, nate da antiche usanze proprie del Castello e celebrate da tutta la Comunità con le dovute e consuete solennità.
Il 1° gennaio di ogni anno si svolgevano due cerimonie importanti: lo scambio dei doni con i rappresentanti della Città di Nola e dei Casali di Cimitile, San Paolo e Saviano, e la festa del ceppo ovvero la consegna di un grosso ceppo al Commendatore da parte del Baiulo. Lo scambio dei doni con la Città di Nola era un’antichissima consuetudine a cui la comunità di Cicciano teneva moltissimo tanto è vero che, da parte del Commendatore, ci fu perfino un ricorso al Vicerè del Regno quando, nell’anno 1572, i Nolani rifiutarono di rispettarla. La cerimonia si svolgeva nella "sala magna" del Castello. Apriva il corteo il Baiulo della Città di Nola con i donativi per il Commendatore: dolci, come il marzapane e la copeta, cedri, pepe e zafferano. Il Commendatore li accettava in nome proprio, a nome della Commenda che in quel momento rappresentava e in nome dei propri successori, quasi a ribadire il perpetuarsi del rito per gli anni a venire. Seguivano i Baiuli dei Casali di Cimitile, San Paolo e Saviano con i donativi per il Capitano, il Sindaco e il Baiulo del-la Commenda. A sua volta, l’Università di Cicciano, a mezzo del Sindaco, ricambiava donando agli ospiti ventuno carlini d’argento. La consegna del ceppo al Commendatore avveniva alla presenza dell’intera Comunità che si riuniva appositamente per l’occasione. Il ceppo veniva sistemato nel camino che si trovava nella sala grande e qui veniva acceso secondo un rituale che si tramandava nel tempo.
Il primo del mese di maggio, la Comunità di Cicciano si dava appuntamento davanti al Castello per festeggiare il majo, l’albero di maggio, simbolo di fertilità, di procreazione e di rigenerazione della vita.
La pavimentazione delle strade.
Uno dei primi provvedimenti adottati dopo l’allontanamento dei Commendatori gerosolimitani fu l’appianamento del fossato che circondava il Castello e l’abbattimento delle mura che lo proteggevano. L’ordine venne dalle Autorità Superiori e fu motivato per consentire l’ingresso nella Chiesa di San Pietro dalla pubblica strada e per aggiustare la Piazza delle Tiglie (allargandola fino a comprendere lo spazio occupato dal rivellino). I lavori furono eseguiti nel 1812, mentre era sindaco Carlo Ravelli. Sempre nel 1812 iniziarono i lavori di pavimentazione delle strade con basoli calcarei. La prima strada ad essere interessata fu via Palmentella (l’attuale via Antonio De Luca). Nel 1814 fu disposto che il tratto interno del Regio Camino che dalle Consolari di Puglia conduceva in Capua fosse liberato da tutte quelle opere che sporgevano sul suolo pubblico, quali "poggi, scalinate, gradini ed altro simile". Nel 1819 furono basolate, nell’ordine, via Corpo di Cristo, in quanto "attraversata da alluvioni", era la "più popolata e trafficata delle altre" ed era molto "bassa", poi via Limarenda e per ultima via Olmo, non essendo una strada principale. Nel 1822, nell’ambito dei lavori di manutenzione della Strada Provinciale da Maddaloni all’Epitaffio della Schiava, fu basolato un tratto che attraversava l’abitato. Tra il 1843 e il 1847 furono completati i secondi tratti di via Palmentella e di via Limarenda. Contemporaneamente alla loro sistemazione, le strade furono anche illuminate con riverberi ovvero con lanterne ad olio provviste di un riflettore metallico. Per un certo periodo, nei giorni di luna piena i riverberi venivano spenti.
Il cimitero comunale.
Il cimitero è indicato in una carta topografica del 1817 con la legenda Camposanto di Cicciano. I nostri amministratori avevano prontamente obbedito all’ordine del Re Ferdinando I di Borbone, emanato nello stesso anno, di costruire cimiteri pubblici in tutti i comuni del Regno e di provvedere al riempimento delle sepolture all’interno delle chiese. L’entrata era a sud, dal lato dell’attuale via Tavernanova. L’apertura da via Caserta fu realizzata in un momento successivo, forse nel 1881, stando all’epigrafi collocate sui due pilastri posti all’inizio del viale d’accesso: "Sepulcretum Cicciani "e "Piis Lacrymis 1881". Nella relazione del 1707 sono documentate alcune sepolture che esistevano negli edifici di culto. La Chiesa di San Pietro aveva cinque sepolture, di cui una nei pressi del presbiterio. Nel pavimento della Chiesa del Corpo di Cristo vi erano quattro sepolture tutte poste "derimpetto" alle cappelle. Nella Chiesa di Sant’Antonio, al centro, c’era una sepoltura "che servì nel comun contagio a tempo della peste". Le Chiese di Sant’Anna e della Concezione avevano ognuna una sola sepoltura.
Il mercato settimanale.
Il 1° Agosto 1819, durante il mandato del sindaco Giovanni Battista Potenza, fu chiesta l'autorizzazione per svolgere nel Comune un mercato nel giorno di martedì di ogni settimana e una fiera annuale di quattro giorni continui da terminare nella seconda domenica di settembre, in quanto si solennizzava la Festività dell’Addolorata con molto concorso, pompa e Religione. La richiesta era così motivata: "Cicciano è capoluogo di Circondario, conta una popolazione di 3.000 anime, è posto in un sito comodo, ha un’aria sana, molti altri Comuni lo circondano, ha al centro una larghissima piazza, è intersecato da due strade notabili (quella che da Maddaloni va fino all’Epitaffio della Schiava e quella che da Roccarainola va a Cimitile), sulle quali si svolge un traffico continuo di quasi tutte le Provincie del Regno". Dopo aver udito i pareri dei Comuni limitrofi, l’Intendente di Caserta il 26 febbraio 1823 scriveva al Ministro degli Interni, suggerendo di "concedere al Comune di Cicciano il permesso di celebrare il Mercato il giorno di sabato di ciascuna settimana, invece del martedì, e la Fiera annuale nei quattro giorni precedenti all’ultima domenica di settembre in luogo della seconda domenica dello stesso". Tale decisione conciliava gli interessi di alcuni Comuni che si erano opposti e promuoveva l’industria degli abitanti di Cicciano e degli altri Comuni circonvicini. Il conseguente decreto fu firmato dal Re Ferdinando I in data 30 luglio 1823.
Il plebiscito del 1860.
Il 21 ottobre 1860 Cicciano, sindaco Carlo Ravelli, partecipò al plebiscito indetto per l’annessione delle province meridionali alla Monarchia Costituzionale del Re Vittorio Emanuele. Il paese allora contava 3.604 abitanti, votarono 714 elettori e tutti a favore dell’annessione. Il seggio elettorale fu allestito nella Chiesa di Sant’Anna. Alla fine di quest'anno il centro abitato di Cutignano passò dal Comune di Camposano a quello di Cicciano (decreto del 17 dicembre 1860).
Il primo sindaco post-unitario.
Il 18 agosto 1861 fu eletto sindaco il notaio Gennaro Ruotolo. Fu il nostro primo sindaco dopo l’Unità d’Italia. Rimase in carica fino al 1869.
Il mulino Russo.
Nel 1880 Carmine Russo fondò un mulino a palmenti, azionato da macchine a vapore. A seguito di un incendio, agli inizi del ‘900 il vecchio mulino a pietra fu sostituito da uno a cilindri e contemporaneamente fu realizzato un impianto per la produzione ed erogazione di energia elettrica, che consentì l'illuminazione del paese e dei centri limitrofi. Nel 1927 furono ampliati i settori di produzione mediante la realizzazione di un pastificio a carattere artigianale. Nel 1948 fu aggiunto un biscottificio.
La ferrovia.
Il 9 luglio 1885 fu completata la tratta Nola-Baiano della linea ferroviaria. La tratta Napoli-Nola era stata inaugurata l’anno precedente. La ferrovia era a scartamento ridotto e trazione a vapore. La procedura per la costruzione era iniziata il 22 luglio 1864 con la pubblicazione della planimetria dei beni immobili da espropriare ricadenti nel territorio comunale.
L’acquedotto del Serino.
Il 2 marzo 1910, i Comuni di Nola e Saviano autorizzarono il sindaco Carlo Capolongo ad allacciarsi all’acquedotto di loro proprietà, nella località Cancello, al punto detto Vie di Capua, per approvvigionare il paese dell’acqua potabile del Serino, solo per uso domestico e al servizio esclusivo della popolazione.
Le votazioni del 2 giugno 1946.
Il 2 giugno 1946, nel Referendum istituzionale monarchia o repubblica, gli elettori di Cicciano si espressero in modo quasi unanime a favore della monarchia. Su 3.021 votanti, 2.595 voti andarono alla Monarchia e solamente 426 alla Repubblica. Nella stessa data, il nostro concittadino Amerigo Crispo, avvocato, fu eletto all’Assemblea Costituente, contribuendo "da protagonista alla scrittura della Carta Costituzionale".
Il primo sindaco dell’era repubblicana.
A distanza di pochi mesi, il 2 novembre seguirono le prime elezioni amministrative. Alla competizione si presentarono quattro liste: il Ramoscello d’ulivo, il Reduce, la Bandiera con Spiga di Grano e Stella, lo Scudo Crociato. Vinse la lista dello Scudo Crociato e fu nominato sindaco l’avvocato Alfredo Ammendola.
Lo Stemma del Comune.
Lo stemma del Comune rappresenta uno scudo diviso in due campi, di colore rosso in alto e di colore azzurro in basso. Nel campo rosso vi è la croce d’argento dell’Ordine di Malta, nel campo azzurro un braccio scorciato che stringe un pomo d’oro nel pugno. Lo scudo è circondato da due ramoscelli fronzuti ed è sormontato da una corona turrita. Secondo lo studioso Umberto Sammarco il primo stemma del Comune risalirebbe all’anno 1628 e nella composizione era simile all’attuale. Attorno correva la legenda "Castri Cicciani Universitas". Nel suo complesso l’antico stemma da un lato ricordava la nobiltà dell’appartenenza alla Sacra Religione di Malta e dall’altro esprimeva la bontà e la produttività della Terra.
Il Protettore San Barbato.
Il 19 febbraio 1715 venne riunito un pubblico Parlamento per nominare San Barbato ufficialmente e solennemente Protettore del Paese. Il Parlamento fu convocato per ordine degli eletti dell’Università Giuseppe Passariello e Nicola Foresta. L’adunanza si tenne nel cortile davanti alla Chiesa di San Pietro, all’interno del Castello. Erano presenti il Governatore del Castro Francesco Cananzio e numerosi altri cittadini. Il sindaco Giuseppe Passariello riferì che il reverendo Don Giovanni de Nardo "per sua special devozione" aveva eretta e fondata una chiesa e, avendola ultimata, aveva procurato una bellissima statua di San Barbato, "chiamandolo in protettore della casata e famiglia de Nardo, Capolongo e Santoriello". E poiché anche da parte di tutti gli altri cittadini di Cicciano era stata manifestata la stessa volontà si era addivenuti di "eleggere per pubblico atto il prenominato Santo Barbato" Protettore con la promessa di "somministrargli ogni anno due libbre di cera lavorata in candele nel giorno della sua festività". Messa ai voti la proposta, San Barbato fu acclamato ad unanimità Protettore della Terra di Cicciano. Fu anche deciso che quando ci sarebbe stata la processione del Santo, gli Eletti pro tempore avrebbero portato due dei bastoni del Palio che ornavano la statua, riservando quello centrale al Commendatore.
Il culto per Sant’Antonio Abate.
L’inventario dei beni della Commenda del 1617 riporta la notizia della costruzione di una cappella dedicata a Sant’Antonio nella località chiamata Lo Campo, poco distante dal quartiere Li Marenda. La Cappella molto probabilmente fu completata qualche anno dopo. Agli inizi del ’700, la chiesetta era semidistrutta. Il commendatore Cicinelli la concesse alla Congregazione dei Laici del Santissimo Rosario la quale la riedificò ma sotto la denominazione di Santa Maria delle Grazie, anche se per il popolo continuò ad essere la Cappella di Sant’Antonio. La festa in onore del Santo si celebra nel mese di gennaio e dura tre giorni. E’ caratterizzata dall’accensione dei "focaroni", dal particolare rito di "attorniare" per tre volte l’edificio di culto, dallo sparo di fuochi d’artificio durante la processione e nella serata conclusiva.
Il Santuario della Madonna degli Angeli.
Negli inventari dei Commendatori gerosolimitani, a partire da quello del 1515 e fino a quello del 1646, è sempre citata una chiesetta o cappella che sorgeva fuori del paese, nella località chiamata sopra Fellino o Pedj Monte, conosciuta come Santa Maria Nova. Nella chiesetta vi era dipinta "al muro l’immagine della Beatissima Vergine col suo bambino circondata da angeli". Era antichissima "e al tempo della peste nel 1656 vi si concorreva da molti Paesi e tutti ne ricevettero grazie". La chiesa fu dedicata alla Madre di Dio Regina degli Angeli - "Deiparae Angelorum Reginae" - solamente nel 1661, a seguito della sua ricostruzione ed ampliamento per interessamento del commendatore Girolamo Branciforti. Secondo un’antica tradizione, il ritrovamento dell’affresco con l’immagine della Madonna sarebbe avvenuto ad opera di un contadino che attendeva all’aratura del proprio campo. L’arciprete Don Giuseppe Maria Ravelli, parroco dal 1814 al 1851, così raccontava ai fedeli: "un contadino di Camposano era intento ad arare la terra con due giovenchi quando questi, giunti presso la siepe dove si trovava sotterrato il quadro, sostarono e, sebbene sferzati a sangue, s’inginocchiarono e non vollero rialzarsi. Il buon uomo, timorato di Dio, capì che qualche cosa di miracoloso dovesse trovarsi nel folto della siepe. Lasciò i buoi proni alla divina adorazione e corse a darne nuova ai suoi concittadini ed a quelli di Cicciano. La notizia si sparse rapidamente e tutto il popolo accorse per osservare la posizione dei giovenchi e così venire alla decisione di abbattere il cespuglio e fare degli scavi. Ad un metro al disotto del cespuglio, si presentò un muro con una nicchia ed in questa l’immagine di Maria Santissima seduta sulle nuvole, in atto di allattare il divino bambino Gesù, posato sulle sue ginocchia, con tre testoline di serafini a destra e a sinistra del suo capo". Con chiaro riferimento alle modalità del ritrovamento, nel corso del ‘700, la località dove sorge la cappella fu chiamata anche La Cappella dei bovi. In quel periodo, nella chiesetta, "per comodo degli abitatori di campagna", vi si celebravano ottantacinque messe ogni anno. Il Comune, poi, aveva un’apposita voce nel proprio bilancio per l’acquisto dell’olio per la lampada che ardeva davanti alla Madonna e per la festa che veniva celebrata la prima domenica del mese di agosto. Oggi la festa è celebrata nella seconda settimana dopo la Pasqua. Nel Santuario, oltre all’affresco della Madonna, si conserva anche un secondo affresco del 1770 raffigurante l’Arcangelo Michele opera del pittore Angelo Mozzillo.
Il Palio dei Quartieri.
Da alcuni anni, grazie alla Pro Loco, l’antica cerimonia dello scambio dei doni con la Città di Nola e alcuni suoi Casali viene rievocata con la manifestazione denominata "Palio dei Quartieri Universitas Castri Cicciani". Agli inizi del mese di giugno le delegazioni di Nola, Cimitile, San Paolo e Saviano si recano a Cicciano per lo scambio dei doni. Assolta la cerimonia, il Commendatore e la sua Corte accompagnano gli Ospiti per le antiche cinque strade, che si dipartono a raggiera dalla Casa-fortezza, per ricevere il benvenuto da parte del popolo. Il corteo storico esce dalla porta grande del castello per farvi ritorno dopo aver attraversato le porte simboliche dei cinque quartieri (Castrum, Li Marenda, Li Rosci, Li Sappierti e Li Vinti), vere e proprie opere di artigianato locale. Di particolare effetto appare la ricostruzione, nel vecchio centro, dei Luoghi della Commenda del XVI secolo. Vengono fatti rivivere nei cortili delle abitazioni, che una volta si affacciavano sul fossato, il macello, la taverna grande, la tavernola, le poteche e le potecòle dove si esercitavano i mestieri del bottaro, del ferraro, dell’aromatario, del fornaro, del sartore, dello scarparo ed altri.
Il Patrimonio artistico-culturale.
Il patrimonio artistico-culturale è rappresentato da edifici religiosi, dove si conservano opere pittoriche di un certo interesse, e da alcune dimore topiche: le masserie e le cantine.
Il Paese, tra chiese e cappelle, annovera ben otto edifici.
La Chiesa di San Pietro ovvero la Chiesa Madre fu completamente riedificata nel 1646, dopo l’eruzione del Vesuvio del 1631, dal commendatore Branciforti. L’evento eruttivo diede semplicemente il colpo di grazia, in quanto la chiesa, "per le ingiurie del tempo", già si presentava "diruta e cadente". I resti del primo edificio sono ancora oggi visibili. Sotto il secondo altare sul lato sud c’è una piccola cappella affrescata con un altro altare di fabbrica spoglio. Sulla parete frontale è dipinta una Madonna con Bambino e due santi in atto di pregare, uno dei quali è Sant’Antonio Abate. Con Giuseppe Maria Cicinelli, commendatore dal 1718 al 1771, fu costruita la seconda navata laterale, parallela alla prima ma più corta, tutta sul lato nord essendo quello sud addossato al palazzo della Commenda. Il concorso nella spesa da parte dell’Università fu rilevante, circa mille ducati. La decisione di "costituire di pianta un nuova nave con tre cappelle" fu approvata in un pubblico Parlamento e fu motivata dalla necessità di rendere la chiesa "capiente di quel numeroso popolo di molto avanzato". L’apertura su corso Garibaldi è avvenuta nel 1948 ad opera dell’arciprete Don Francesco Rastelli. Il prospetto frontale fu completato nel 1958. La Chiesa dell’Immacolata Concezione originariamente era dedicata a San Barbato. Cambiò denominazione all’inizio del seicento a seguito della collocazione di un quadro della Santissima Concezione sull’altare. Oggi sullo stesso altare vi è un altro quadro della Santissima Vergine Immacolata, opera del pittore Filippo Falciatore del 1763. La Chiesa del Corpo di Cristo fu costruita tra il 1582 e il 1617 nella località Li Rosci. A seguito della costruzione di questo edificio di culto, la località venne chiamata La strada del Corpo di Cristo. La Chiesa dell’Annunziata, detta anche La Nunziatella, fu anch’essa costruita tra il 1582 e il 1617 nella località Li Marenda con le elemosine dell’Università. Nella chiesa si conservava una tavola dell’Annunciazione del 1594 del pittore Giovanni Antonio Ardito, oggi collocata nella Chiesa di San Pietro. La Chiesa di Sant’Anna fu eretta nel 1670 dal commendatore Girolamo Branciforti. Nella chiesa si esercitava la Congregazione dei Beati Morti, fondata dallo stesso Commendatore. Vi si conservava una tela raffigurante Sant’Anna e la Vergine del XVII secolo, di autore sconosciuto, oggi provvisoriamente collocata nella Chiesa di San Pietro. La Chiesa di San Giacomo fu costruita nel 1763 dal Patrizio di Ravello e Signore di Cutignano Antonio Fusco. Sugli altari laterali vi sono due tele: una Visione di Santa Francesca Romana, opera del pittore Giovan Battista Vela del 1772, e La Sacra Famiglia, opera del pittore Paolo de Majo del 1771.
Le Masserie sono, secondo la definizione dell’architetto Luigi Ponticiello, "una cultura dell’abitare materializzatasi in un determinato momento storico in un luogo specifico". Lo studioso ne descrive tre, tutte ubicate nella zona occidentale del territorio comunale. La Masseria Ravelli, ricostruita nel 1869 ma già citata nel catasto onciario del 1746, "si distingue per due elementi fondamentali: la torre merlata che caratterizza il corpo di fabbrica destinato ad appartamenti, e il grande palmento con la cantina sottostante … la restante parte del complesso è destinata a stalla, locali di deposito e locali di servizio in generale". La Masseria Ordella, costruita nel 1810, "è impostata intorno ad una piccola corte … non esistono locali legati alla produzione del vino (palmenti) né locali interrati … notevoli sono invece le dimensioni della stalla in rapporto al resto della costruzione … sono presenti un pozzo, un lavatoio e un forno … sul lato opposto al portale d’ingresso, in un angolo della corte, c’è l’ingresso di un piccolo giardino murato nel quale si trovano vari alberi da frutta". La Masseria Serraglio si differenzia dalle prime per la presenza di una cappella dedicata a San Silvestro "il cui portale d’ingresso affianca quello principale che conduce nella corte … l’affaccio verso la strada e non solo verso la corte di alcune grosse stanze ubicate al piano superiore … una grossa ala separata dal resto della fabbrica e destinata a servizi … l’ingresso di un grande cellaio caratterizzato da una struttura ad archi impostati su grossi pilastri". Le Cantine sono l’altra faccia della nostra passata vocazione vinicola. Nate come cave di materiale edilizio per la costruzione degli edifici sovrastanti, come scrivono Armando Miele e Carlo Piciocchi, vennero successivamente utilizzate per la conservazione del vino. I due studiosi si soffermano su una in particolare, quella di via Caserta: "la cavità, ricavata nella roccia tufacea, presenta un’estensione planimetrica di circa 1430 metri quadrati … si sviluppa in sei gallerie (“tese” in gergo locale), di cui due più grandi sono quasi parallele tra loro e le altre quattro trasversali ad esse ... vi si accede attraverso una lunga e scenografica scala in muratura che porta direttamente al centro della galleria principale … come conseguenza dello scavo dei vari rami risultano due grossi pilastri di roccia tufacea al centro della cavità … le sezioni trasversali presentano quasi tutte una forma quasi parabolica con la concavità rivolta verso il basso, per cui le stesse si vanno restringendo man mano che si sale … sulle volte delle gallerie si aprono ben tredici canne di pozzo, che vanno a collegarsi con le varie zone dell’edificio sovrastante … vi sono tuttora in una parte del piano terra dell’edificio due splendidi torchi, realizzati con tronchi di quercia … alcune vasche costruite in vicinanza di essi (“parmenti” in gergo locale), dove l’uva veniva fatta fermentare e pigiata, il mosto veniva direttamente calato giù in grotta mediante un sistema alquanto ingegnoso … venivano utilizzati per lo scopo un canaletto a cielo aperto, ricavato in un piccolo corridoio di collegamento con la scala di accesso alla cantina, ed un altro canale scavato all’interno della parete sinistra della stessa scala … in tal modo le botti, in buona parte presenti ancora in grotta, venivano riempite direttamente".
Infine, un breve accenno alle Case a corte, il modo di abitare in un passato non tanto remoto efficacemente descritto dall’architetto Adele Martiniello: l"e case erano alte non più di due (o tre) piani e sorgevano di solito in schiere ininterrotte attorno al perimetro di giardini posteriori, ai quali si accedeva da cortili interni, raggiungibili a loro volta da un unico portone sulla strada … poche erano le case isolate, in quanto sprecavano terreno su ogni lato ed erano difficili da riscaldare … perciò anche le case coloniche erano inserite in un blocco compatto comprendente le stalle, i fienili ed i granai … in simili abitati la funzione sociale ed aggregante era data da alcuni elementi: forno, lavatoio, cesso, pozzo o cisterna, poggio, tutti integrati in uno spazio ampio e libero, dove la gente, avvezza a stare all’aperto, si radunava per conversare, diffondere notizie, inciuciare, rallegrare con il lancio delle comete i più piccoli e per essi addirittura far cantare i fili d’erba".
Francesco M. Petillo
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